Nel 1931 James Whale diresse l’adattamento cinematografico di “Frankenstein” raccontando una propria versione della nascita della Creatura attraverso una complessa tecnologia. Eppure, nella versione originale…
“It’s alive! It’s alive! ”. “Si può fare!”.
Se si pensa a “Frankenstein”, la frase pronunciata da Henry Frankenstein nel 1931 (all’epoca Colin Clive) e quella urlata da Frederick von Frankenstein (Gene Wilder) nel capolavoro di Mel Brooks “Frankenstein Junior”, vengono ormai automaticamente associate ad una delle più famose storie horror di tutti i tempi.
DA “FRANKENSTEIN” A “FRANKENSTEIN JUNIOR”
Invero, nella pellicola datata 1931 e diretta da James Whale, il dottor Frankenstein viene dipinto come un brillante ex professore dell’Università ossessionato dal restituire la vita ad un corpo ormai esanime. E quando finalmente riesce a completare la sua opera, di fronte agli occhi increduli del suo mentore, il dottor Waldman (Edward Von Sloan), la sua futura sposa Elizabeth (Mae Clarke) e il suo migliore amico, Victor Moritz (John Boles), Henry capisce quale sia la vera portata della sua scoperta. Per questo, quando la mano del Mostro comincia a muoversi, Frankenstein dimostra tutto il suo entusiasmo affermando che la sua creatura è viva.
LA SCENA
Al contrario, quella gridata a tutta voce da Gene Wilder nel 1974, è una frase pronunciata a seguito del ritrovamento del diario del nonno di Frederick. Tra quegli appunti difatti, lo scettico dottor von Frankenstein, trova le prove ineccepibili che è possibile dare nuova linfa vitale ad un cuore che ormai ha smesso di battere.
DUE FILM UNA SOLA TECNOLOGIA
Ovviamente le due pellicole si sviluppano in maniera del tutto diversa. Mentre quella di Whale è una storia tanto spaventosa quanto drammatica, “Frankenstein Junior” è decisamente una delle commedie più divertenti della storia cinematografica. Per quanto riveli infine di possedere una forte e importante morale. Eppure, nonostante appartengano ad epoche diverse e siano due generi completamente dissimili, c’è una cosa che accomuna i due film. Entrambi i dottori, per dar vita alla loro Creatura, si servono di una tecnologia specifica che serve ad assorbire l’energia elettrica di una tempesta per poi infonderla in un corpo inanimato.
Una piccola curiosità. Quando Mel Brooks e Gene Wilder decisero di girare “Frankenstein Junior”, riuscirono a recuperare quei macchinari, ancora in ottimo stato, che Whale aveva usato per la sua pellicola nel lontano 1931.
LA VERSIONE ORIGINALE DELLA CREAZIONE
Tuttavia, una simile tecnologia era del tutto inconcepibile agli inizi del 1800. Ossia quando Mary Shelley scrisse il romanzo che diede vita al mito di Frankenstein e della Creatura. La scrittrice britannica, che all’epoca aveva appena 19 anni, rimase intenzionalmente molto vaga sui mezzi usati da Frankenstein per dar vita al Mostro, lasciando libero spazio all’immaginazione del lettore.

Prima che la famosa rinascita avvenga, tra le pagine del romanzo l’autrice offre una sola spiegazione. Il dottore per i suoi studi trova affidamento in una filosofia all’epoca conosciuta come filosofia naturale che, tra le altre cose, abbraccia una scienza tanto complessa come la chimica. Il tutto però si compie in un’astrattezza esoterica che aggiunge mistero ad una vicenda in grado di coinvolgere e terrorizzare al tempo stesso.
Quella scritta da Mary Shelley è una storia del terrore, nata da una scommessa lanciata da Lord Byron, il cui scopo è quello di infondere ansia e paura. Nonostante ciò, “Frankenstein” è un romanzo denso di significati che, a tratti riscrive le regole della filosofia stessa. E per farlo non si concentra tanto sulla creazione della vita quanto sulle conseguenze a cui l’essere umano va incontro quando l’uomo gioca a fare Dio. Così, a differenza dell’adattamento cinematografico, la scrittrice non specifica se si tratti di una formula scientifica o di un rituale magico, raccontando quindi la storia di un uomo prima ossessionato dalla vita e dalla morte e poi tormentato dagli effetti del suo folle operato.
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