Dopo il successo di “Ho visto la TV Brillare”, Jane Schoebrun conferma il suo grande talento grazie a “Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte”.
Due donne passeggiano tenendosi mano nella mano. Una ha l’aspetto e il portamento di una diva di altri tempi, l’altra è più giovane ma ha l’aria di chi ha appena trovato il suo posto nel mondo. Camminano lentamente, assaporando l’aria mattutina e sentendosi a proprio agio nonostante le loro vesti, cosi come la loro pelle, siano coperte di sangue. Un chiaro riferimento a “Carrie – Lo sguardo Satana”, uno dei più importanti horror del secolo scorso. Un omaggio che, in una pellicola come “Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte” non poteva certo mancare.
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Nel mondo degli horror, soprattutto negli ultimi anni, molti autori hanno avuto modo di proporre al pubblico il proprio punto di vista attraverso le loro pellicole. Grazie a “Midsommar” Ari Arister ha potuto dimostrare che l’inquietudine può essere trasmessa anche alla luce del sole e “The Witch” di Robert Eggers ha invece provato quanto l’innovazione possa dare linfa vitale all’estetica del cinema horror degli albori.
Con “Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte”, Jane Schoenbrun ha sottolineato quanto l’horror possa trattare tematiche come la sessualità e l’identità di genere senza rinunciare ad omaggiare quelle che sono le opere più importanti della categoria. Anche se definire “Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte” un horror sembra essere molto riduttivo.
UNA TRAMA BEN ELABORATA
Innovazione visiva, capacità e ardore di sperimentare, e volontà di offrire un nuovo punto di vista sono i punti di forza di una regista che, alla sua quarta fatica dietro la macchina da presa, riesce a dirigere una pellicola capace di incantare un pubblico difficile come quello del Festival di Cannes. Accurato nella sceneggiatura quanto nella regia (entrambe curate da Jane Schoenbrun), “Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte” è lo slasher che riscrive le regole di un sottogenere già reso celebre dalla saga di “Scream”.
Eppure, a differenza del suo celebre predecessore, “Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte” non cerca di dar vita ad un killer il cui unico scopo è quello di infondere il terrore lasciandosi alle spalle una scia di sangue lunga (almeno per ora) sette film. Per quanto macabro e spietato, Little Death, che porta il volto di Jack Haven, rimane una minaccia di pura fantasia, antagonista di una fortunata serie di pellicole, con cui la giovane protagonista riesce ad identificarsi piuttosto che provarne terrore.
Difatti, “Camp Miasma” altro non è che il titolo di una saga di film horror, inventato di sana pianta da Jane Schoenbrun, che, come “Stab” di “Scream”, ha avuto una serie di sequel e remake che per decenni hanno appassionato il pubblico. A Kris Williams (Hannah Einbinder), giovane regista sperimentale e dichiaratamente queer, viene affidato il difficile compito di dirigere il reboot della prima pellicola della serie. Per sviluppare le proprie idee si reca quindi a casa di Billy Presley (Gillian Anderson), l’eccentrica e solitaria attrice del primo “Camp Miasma”, scoprendo così che non ha mai lasciato il campeggio che, tempi addietro, era servito da set.
Così comincia una trama ottimamente elaborata, che profuma di originalità, e accurata fin nei più minimi particolari.

Per comprendere quanto sia meticolosa la sceneggiatura basti soffermarsi sui titoli di testa, in cui la regista sceglie di presentarci la saga che dà titolo al film attraverso le edizioni home video di “Camp Miasma”, gli articoli di giornale ad esso dedicati e tutti i prodotti di merchandising. Questo stratagemma risulta essere una soluzione visiva efficace e originale, e talmente ben curata da far credere che si tratti di una saga reale piuttosto che fittizia.
UN’OPERA INCOMPRESA
E sono proprio le soluzioni visive una delle cose più interessanti dell’opera di Jane Schoenbrun. Ogni inquadratura è un dipinto che mette in mostra quanto la giovane Kris si sia sentita costantemente fuori posto e solamente con l’arrivo a Camp Miasma si riscopre. Le scenografie, che sembrano dipinte a mano, servono a confezionare un mondo onirico in cui finalmente la regista prescelta è libera di esprimere il proprio estro e di dar sfogo ad una sessualità fino a quel momento repressa. L’incontro con la disinibita ed estrosa Billy e con le origini di Little Death risveglierà in Kris il desiderio di sperimentare tanto nell’arte quanto nelle relazioni intime.
La neve che avvolge il campeggio teatro della rinascita della protagonista si scioglie lentamente nel momento stesso in cui essa giunge alla tanto agognata epifania. Non è lei che si deve adattare al mondo ma è il mondo che deve accettare la sua natura artistica e la sua identità di genere.
Infine, così come Kris, Jane Schoenbrun dimostra di possedere un’idea di cinema tanto autoriale da risultare troppo spesso incompresa e ignorata dal sottobosco hollywoodiano. Tant’è che (nella realtà) persino una casa come l’A24 si è tirata indietro quando è giunto il momento di produrre “Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte”, lasciando così campo libero a Mubi.
L’IMPORTANZA DEL MOSTRO
E se Hanna Einbinder si dimostra l’alter ego con cui la regista potrebbe identificarsi, nella sua bellezza eterea Gillian Anderson si presenta con l’eleganza di una stella di un tempo che fu. Sensuale in ogni sua movenza, Billy risveglia in Kris quel bisogno di sessualità che per tanto (troppo) tempo la ragazza aveva represso.

Presa di coscienza (e della propria identità di genere), crescita personale e artistica, sono solo alcune delle tematiche affrontate in una pellicola in grado di criticare l’odierna tendenza a produrre un reboot dopo l’altro senza apportare una vera e propria innovazione. L’idea di Kris Williams infatti è proprio quello di offrire una prospettiva sulla storia di Little Death, “l’omicidio di Psyco dal punto di vista della doccia”.
Ma forse, la sperimentazione più importante di Jane Schoenbrun è legata proprio alla figura di Little Death. Il mostro che, come Jason Voorhees (Venerdì 13), emerge dal lago per terrorizzare i villeggianti del camping che si dimostra essere un personaggio profondo e complesso. Tanto Kris quanto Billy trovano conforto e identificazione nella presenza di un’ombra che regna sul fondo di Lake Miasma e che si presenta come metafora di libertà e disinibizione. A differenza degli altri storici serial killer, da Ghostface a Michael Myers, Little Death non è un’entità contaminata dal male bensì l’allegoria di un desiderio e di una pulsione sessuale repressi e pronti finalmente ad emergere.
Jane Schoenbrun, nella sua estetica autoriale, confeziona quindi un horror atipico, in grado di scavare nella psiche dei suoi protagonisti e di dare una nuova importanza alla figura del mostro.

Titolo Originale: Teenage Sex and Death at Camp Miasma
Anno: 2026
Genere: Horror, commedia
Regia: Jane Schoenbrun
Interpreti: Hannah Einbinder, Gillian Anderson, Amanda Fix, Jack Haven
Soggetto e Sceneggiatura: Jane Schoenbrun
Distribuzione: Mubi
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