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La sposa cadavere: La fiaba che diede vita al film di Tim Burton

Hollywood Presenta by Hollywood Presenta
in Fiabe e Leggende
La sposa cadavere: la fiaba che diede vita al film di Tim Burton
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Nel 2005, il visionario regista Tim Burton realizzò il sogno di dirigere un lungometraggio animato “a passo uno” grazie a “La sposa cadavere”. Tuttavia, la storia da cui trasse ispirazione ha origini molto antiche.

Nel 1993, il regista americano Tim Burton, conosciuto per aver diretto (fino a quel momento) film dal sapore gotico come “Edward mani di forbice”, “Batman” e “Batman Returns”, aveva collaborato alla creazione di “Nightmare Before Christmas”, il famoso lungometraggio d’animazione targato Disney i cui protagonisti sono un’accozzaglia di bizzarri e mostruosi personaggi che popolano il Paese di Halloween. Da allora Burton aveva sempre cullato l’idea di realizzare un nuovo film animato sia per la propria soddisfazione personale sia per dimostrare che l’animazione tradizionale non era giunta sul viale del tramonto nonostante l’avvento della computer grafica.

Difatti, tra la fine degli anni novanta e l’inizio del duemila, la Pixar Animation Studios produsse alcuni film che riscossero il plauso di pubblico e critica, e che ancora oggi e forse anche più di ieri rimangono un grande punto di riferimento per l’animazione: i primi capitoli di “Toy Story”, “A Bug’s Life”, “Alla ricerca di Nemo” e “Gli Incredibili”, mentre una perla come il “Il gigante di ferro” passò quasi totalmente inosservato.

La sposa cadavere: la fiaba che diede vita al film di Tim Burton
La sposa cadavere, film di animazione

Fu proprio durante la lavorazione di “Nightmare Before Christmas” che Joe Ranft, animatore e curatore di storyboard, consapevole del desiderio di Burton di creare un altro prodotto d’animazione a “passo uno”, proprio come era stato “Nightmare Before Christmas”, propose al regista americano di leggere un racconto che, secondo il suo onesto parere, sarebbe stato perfetto per una trasposizione cinematografica in pieno stile Burtoniano. Ranft era sicuro che quello fosse il tipo di storia a cui nessuno, se non Tim Burton, avrebbe saputo rendere giustizia.

UNA NOVELLA RUSSO-EBRAICA

Quello che Tim si ritrovò a leggere era un racconto folkloristico la cui origine resta ancora oggi avvolta nel mistero. Probabilmente si trattava di una novella russo-ebraica che veniva tramandata da gruppi di menestrelli che di generazione in generazione narravano la novella nei villaggi o di corte in corte, seppur magari con qualche modifica.

Il protagonista era un giovane prossimo al matrimonio che, durante il viaggio che lo avrebbe condotto dalla sua promessa sposa, si trovò costretto a dover fare i conti con un antico sortilegio.

Infatti, sfortunatamente, a causa di un banale incidente, l’anello destinato alla sua futura consorte finì accidentalmente al dito del cadavere di un’altra donna. Più precisamente, di una donna assassinata molti anni prima proprio nel giorno del suo matrimonio.

La fanciulla, spinta dalla certezza che l’uomo l’avesse chiesta in moglie, uscì dalla sua tomba pretendendo di convolare così a nozze con il povero sventurato. Il giovane, vittima ovviamente di un fraintendimento, fu costretto a varcare la soglia del regno dell’aldilà per recuperare il suo anello e tornare dalla sua vera fidanzata, nel regno dei vivi.

RADICI MOLTO ANTICHE

Tuttavia, pare proprio che l’origine della fiaba legata alla sposa cadavere abbia radici molto più antiche. Si narra infatti che nel XVI secolo, un rabbino che rispondeva al nome di Isaac ben Solomon Luria scrisse un racconto intitolato “il dito”, la cui trama ricorda molto la pellicola diretta da Tim Burton. Anche in questo caso, il protagonista sembrava essere un giovane rampollo che, il giorno prima di unirsi in matrimonio con la sua promessa sposa, si trovò a vagare nei pressi di un cupo boschetto, recitando i voti nuziali e abbozzando qualche passo di danza, in attesa di ballare con la sua promessa sposa.

Preso dall’euforia, il futuro sposo infilò la fede in quello che sembrò essere un semplice ramoscello fuoriuscito dal terreno, ma che, invece, si rivelò essere il dito di una donna morta e sepolta anni addietro.

Il corpo esanime della donna improvvisamente prese vita, e, uscendo dalla propria tomba rimase con la convinzione di aver finalmente trovato l’amore.

Il giovane, colto dalla ripugnanza nell’osservare il volto della donna incastonato in un teschio reclamare i suoi diritti di moglie, prese la temeraria decisione di condurla da un rabbino in modo da esorcizzare la maledizione di cui era caduto vittima. Rivendicando l’attuale condizione in cui il giovane si era improvvisamente trovato, in cui un vivo non può trovarsi in sposo ad un defunto, il rabbino si trovò costretto ad annullare legalmente il vincolo tra i due, restituendo così al ragazzo la possibilità di sposare la donna amata. Agendo di conseguenza, il corpo della donna lentamente si sgretolò fino a ridursi ad un mucchietto di ossa.

PROSPER MÉRIMÉE

Tre secoli più tardi fu lo scrittore francese Prosper Mérimée a donare al mondo una versione decisamente più macabra del racconto della sposa cadavere, con “La Vénus d’Ille”, pubblicato nel 1837. Il protagonista e narratore della storia, era un archeologo del quale non ci è dato conoscere il nome. Invitato ad una cerimonia di nozze nella regione della Linguadoca, assistette ad uno degli eventi più raccapriccianti e inverosimili della sua vita.

Giunto alla tenuta dei futuri sposi, Alphonse de Peyrehorade e Mademoisselle de Puygarrig, all’archeologo venne mostrata una statua di Venere Pudica risalente all’epoca dei romani. Durante la visita apprese però che dietro all’avvenenza della statua, tanto angelica quanto minacciosa, si nascondeva un’orrenda maledizione. Pare infatti, che chiunque fosse entrato in contatto con essa sia andato incontro ad un tragico destino.

Ignaro o noncurante della maledizione della statua, il giorno prima delle nozze, lo sposo prese parte ad un incontro di tennis, e per non danneggiare la fede nuziale, la incastrò tra le dita della statua, per poi dimenticarla una volta terminata la partita. Quella stessa notte, l’archeologo, rimasto folgorato dalla storia della statua, udì il ticchettio di alcuni passi dirigersi verso la camera dei futuri sposi. Convinto che fosse Alphonse in procinto di raggiungere Mademoisselle de Puygarrig nella sua stanza, sentì nuovamente gli stessi passi poco dopo il canto del gallo.

La sposa cadavere: la fiaba che diede vita al film di Tim Burton
La sposa cadavere e Victor, l’uomo di cui vorrebbe diventare la moglie
Soltanto le parole deliranti di Mademoisselle de Puygarrig delucidarono l’archeologo su quanto avvenuto durante la notte. Scioccata, la futura sposa raccontò che la statua di Venere aveva preso vita e, convinta di essere la legittima moglie di Alphonse, aveva passato la notte con lui, stringendolo in un abbraccio mortale per poi, al mattino, tornare al suo posto sul piedistallo.

Sconcertato da tali rivelazioni, dopo aver omaggiato la famiglia con le dovute condoglianze, l’archeologo abbandonò la tenuta. In seguito apprese la notizia che, dopo il mancato matrimonio e la morte del figlio, per ordine della madre di Alphonse, la statua di Venere Pudica andò incontro ad un tragico destino: fusa e trasformata in una campana, destinata alla chiesa locale.

DA “FANTASMAGORIANA” A “SPECTRIANA”

Ma, come sappiamo, nel corso dei secoli ogni leggenda, anche la più conosciuta, venendo tramandata di generazione in generazione da menestrelli, cantastorie e drammaturghi, spesso ha cambiato connotazione divenendo così un racconto tanto simile quanto diverso dalla quella che si presume essere la versione originale.

Invero, esiste un’altra versione della storia della sposa cadavere, risalente anch’essa alla prima metà del XIX secolo e pubblicata in “Fantasmagoriana”, l’antologia contenente otto racconti tedeschi di genere gotico che ispirò la sfida tra scrittori nella famigerata “notte di Villa Diodati” in cui nacquero opere come “Frankenstein” di Mary Shelley” e “Il Vampiro” di Polidori.

Si tratta infatti di un racconto scritto dal romanziere tedesco Friedrich August Schulze pubblicato nel 1812 per poi essere reinterpretato, in una versione molto simile, ma che si differenzia soprattutto nel finale, attraverso le pagine di “Spectriana” datata 1817. In entrambi i casi il protagonista è un uomo innamorato il cui sentimento viene messo a dura prova da un orribile sortilegio.

IL RACCONTO DI FRIEDRICH AUGUST SCHULZE

Nella fiaba apparsa nella “Spectriana” si narra di un giovane drammaturgo russo, il cui nome rimane sconosciuto, che, giunto alla corte del conte Krissakoff si ritrovò ad assistere ad una delle più bizzarre vicende amorose mai sentite prima di allora. Difatti, una volta giunto alla tenuta del conte, il commediografo apprese con gran stupore della triste storia dei coniugi Krissakoff.

Questi, non molto tempo addietro, erano stati benedetti con due figlie gemelle, Hortense e Pauline.

Le due erano talmente identiche tra loro da rendere impossibile distinguere l’una dall’altra se non per una piccola voglia sul collo di Hortense.

Quest’ultima però scomparve prematuramente lasciando un vuoto immenso a corte. Distrutti dal grave lutto, i coniugi Krissakoff si consolavano tuttavia con la presenza, tanto avvenente quanto modesta ed innocente, della loro unica figlia rimasta in vita, Pauline.

La sposa cadavere: la fiaba che diede vita al film di Tim Burton
La sposa cadavere, Victor e Victoria, la sua promessa sposa

Pochi giorni dopo l’arrivo del drammaturgo, nella tenuta del conte Krissakoff arrivò un avvenente principe tedesco che non tardò a confessare di essersi presentato al loro cospetto appositamente per chiedere la mano della di loro figlia. Considerato l’alto lignaggio del principe i Krissakoff acconsentirono di buon grado all’unione e le nozze furono immediatamente celebrate. Fu proprio durante i festeggiamenti per lo sposalizio che il principe decise di confessare al conte di essere perdutamente innamorato di sua figlia fin dal loro primo incontro, avvenuto mesi addietro in un museo di Parigi.

Il conte e padrone di casa, basito dalla rivelazione del giovane, spiegò al principe che quanto affermato era impossibile. Pauline invero non aveva mai lasciato la sua città natale. E fu solamente quando il principe asserì di poter dimostrare che la sua non fosse una frottola, poiché la giovane incontrata a Parigi aveva una piccola voglia sul collo, che Krissakoff intuì cosa fosse realmente successo. Il principe aveva difatti incontrato Hortense poco prima che l’angelo della morte la colpisse con il suo bacio. Tuttavia il conte rimase di sasso quando, scostando il foulard che copriva il collo della figlia notò quella stessa voglia che per anni era stato il segno distintivo di Hortense.

Ciò che successe più tardi fu tanto tragico quanto spaventoso.

Come da tradizione, finiti i festeggiamenti, i due novelli sposi si trasferirono nella camera nuziale. Ma l’idillio tra i due durò ben poco. La porta si era appena socchiusa quando si udì un urlo di terrore che riecheggiò in tutto il castello dei Krissakoff. Il conte fu il primo ad accorrere per sincerarsi della situazione. Ma quello che scoprì fu ben peggiore di quello che poté immaginarsi. Il principe era andato incontro ad un’orrenda morte, ma fu sollevato quando vide sua figlia, Pauline, viva e vegeta poiché, sfinita dalla lunga e faticosa giornata, si era ritirata poco prima nella stanza della madre.

Ma cosa era realmente successo? Di quali avvenimenti il conte era stato testimone quella notte?

Soltanto dopo la conclusione del rito funebre il conte Krissakoff delucidò il drammaturgo riguardo ai fatti avvenuti durante la notte delle nozze. Pare infatti che il castello fosse infestato dallo spirito di un’antenata del conte, morta di rimorso dopo aver avvelenato il marito, e la cui maledizione le permetteva di assumere le sembianze delle donne defunte della famiglia Krissakoff.

La maledizione si sarebbe spezzata solamente il giorno in cui lo spirito sarebbe riuscito a giacere assieme allo sposo di una donna appartenuta al rango della sua famiglia. Per tal motivo aveva assunto le sembianze di Hortense, e, approfittando dell’assenza di Pauline dai festeggiamenti nuziali, lo spirito poté così passare la notte assieme al novello sposo.

IL VERO FINALE DELLA STORIA DI SCHULZE

Così si conclude la tragica vicenda della famiglia Krissakoff rievocata attraverso le pagine della “Spectriana”. Come abbiamo scritto in precedenza, la versione di Schulze, datata 1812, presentava un finale molto diverso da quello da poco narrato.

Difatti, sebbene nella fiaba del 1817 la sposa cadavere riusciva a trovare il modo di spezzare il sortilegio giacendo con lo sposo, Schulze decise, al contrario, di non concedere nessuna speranza allo spirito che infestava il suo racconto.

Nella versione dell’autore tedesco infatti, la sposa cadavere non era altro che un fantasma colmo di vendetta. O meglio, lo spirito di una donna uccisa per mano del marito, la cui maledizione le imponeva di vagare nel mondo dei vivi per l’eternità. Capace di assumere la forma di ogni essere, che fosse questo uomo, donna o bambino, ma passato a miglior vita, lo spirito decise che avrebbe torturato e traviato le menti dei giovani innamorati fino a condurli alla pazzia.

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