Due scienziati che giocano a fare Dio e una Creatura in cerca di un’anima. Una scena densa di significato e di spiritualità.
All’inizio del XIX secolo, durante una piovosa vacanza a Villa Diodati a Ginevra, Lord Byron decise di approfittare del tempo spettrale per lanciare una sfida ai propri ospiti. Ognuno di loro avrebbe dovuto scrivere un storia che parlasse di mostri. Fu così che Mary Shelley partorì la storia di Victor Frankenstein, un uomo che, giocando a fare Dio, diede vita ad una strana, informe e gigantesca creatura dalla fattezze umane.
LA SCENA
Pagina dopo pagina, il Mostro creato da Mary Shelley subisce una forte evoluzione imparando e muoversi, a pensare e a parlare come un essere umano, raggiungendo un notevole livello di umanizzazione. Una crescita che, oltre a renderlo uno degli esseri più spaventosi di sempre, contribuì a fargli perdere quell’innocenza fanciullesca che invece contraddistingue la Creatura interpretata da Borsi Karloff nell’adattamento del 1931 diretto da James Whale. Ma, cosa non meno importante, quando Whale decise di girare l’adattamento di “Frankenstein” non fece trapelare niente riguardo all’aspetto che avrebbe avuto il Mostro. Così, al momento dell’uscita del film, nessuno aveva idea di cosa avrebbe visto.
ENTRA IN SCENA IL MOSTRO
La scena della comparsa della Creatura infatti è forse una delle più importanti dell’intera storia. L’entrata in scena del Mostro fu difatti girata in maniera insolita per l’epoca ma estremamente efficace. Ben pochi registi prima di allora erano riusciti a creare una tale suspense e un simile senso di orrore. Passi che si avvicinano?
Mentre Henry Frankenstein (Colin Clive) e il suo mentore, il dottor Waldman (Edward Van Sloan), sono impegnati a discutere nella torre adibita a laboratorio, da una stanza adiacente dei passi pesanti rompono la tranquilla atmosfera che si è creata. Il Mostro (Boris Karloff) entra quindi in scena e per la prima volta il pubblico si trovò faccia a faccia con quello che per decenni sarebbe stato il volto della Creatura. Una delle entrate in scena di maggior effetto nella storia del cinema. I due dottori stupiti osservano curiosi il gigantesco essere che si muove lentamente, inconsapevoli di quali siano le sue doti e le sue capacità.
CINEMA, TEATRO E SPIRITUALITÀ
Ogni cosa è nuova per la Creatura. Non conosce ancora il mondo e non ha mai visto niente che non fosse avvolto dall’oscurità della fatiscente torre di Frankenstein. Per questo, quando per la prima volta uno spiraglio di luce accarezza il suo volto, il Mostro ne è così tanto affascinato da tentare di afferrare quel raggio con le proprie mani.
Karloff interpretò in maniera magnifica questa sequenza, la sua recitazione, dietro a quel trucco pesante e a quelle palpebre semichiuse, fu talmente intensa da rasentare la teatralità. All’epoca infatti molti attori provenivano dal Cinema Muto e avevano sviluppato una grande capacità di comunicare con la gestualità del corpo piuttosto che attraverso i dialoghi. E Karloff, che sebbene ancora non avesse 45 anni, aveva alle spalle una lunga esperienza nel cinema, all’epoca del sonoro. Esperienza che ha sfruttato per infondere al suo personaggio un’innocenza e una speranza commoventi.

Abituato, e costretto, a vivere nell’oscurità della torre, quando vede la luce del sole è come se la Creatura assistesse ad un prodigio e, trovandosi al cospetto di Dio, chiedesse un’anima a Nostro Signore. Ed anche se in un primo momento sembra che il miracolo possa compiersi, come troppo spesso accade, è la volontà degli esseri umani ad impedire che ciò avvenga. Orgoglioso della sua creazione infatti, il dottor Frankenstein, in un certo qual modo e per pura vanità, impedisce alla Creatura di ottenere quell’anima che tanto sembra desiderare, in una sorta di contrapposizione tra scienza e spiritualità.
QUAL È IL LIMITE?
Ed è proprio su questo che, prima dell’arrivo della Creatura, si interrogano Frankenstein e il dottor Waldman, in una scena che mette in mostra tutto il grande talento di Colin Clive. Henry, in particolare, esprime la sua anima mettendo a nudo le riflessioni che lo tormentano. Fino a dove si può spingere un uomo per soddisfare la propria curiosità? Quand’è che i confini dell’etica vengono oltrepassati? E, soprattutto, quando quella che viene definita genialità finisce per sfociare nella follia?
Una scena importante, una riflessione sul bene e sul male. Una attenta osservazione che spinge l’essere umano, costantemente spinto dal mero egoismo, a meditare sulle sue azioni. Una scena potente, se si pensa che fu aggiunta solo in seguito, perché non presente nella sceneggiatura finale.
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