1934. In un’America devastata dagli scandali hollywoodiani nacque il “Codice Hays”, ossia la più rigida forma di censura della storia del cinema.
Com’è ormai risaputo, la nascita del Cinema (inteso come Settima Arte) viene attribuita al 28 dicembre del 1895, quando i Fratelli Lumiere mostrano per la prima volta ad un pubblico pagante una serie di cortometraggi. In seguito, il 6 gennaio del 1896, replicarono la proiezione mostrando però un ulteriore filmato, ossia “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, uno dei cortometraggi più famosi e importanti della storia.
Quello stesso anno, dall’altra parte dell’oceano, Thomas Edison produsse “The Kiss”, un cortometraggio di appena 18 secondi i cui protagonisti sono un uomo e una donna che si scambiano il loro affetto. Diciotto secondi che cambiarono per sempre la storia del Cinema.
LA MOTION PICTURES PRODUCERS AND DISTRIBUTORS ASSOCIATION
Al giorno d’oggi, nell’epoca della tecnologia, un video in cui due innamorati si scambiano un semplice bacio passerebbe inosservato. Ma alla fine del 1800, quando gli Stati Uniti erano dominati dalle menti perbeniste, dalle organizzazioni religiose e puritane, la pellicola di Edison fece scalpore, tanto che in molti chiesero l’intervento dell’autorità nei luoghi in cui “The Kiss” veniva proiettato. Da quel momento l’opinione pubblica si fece sempre più feroce e critica nei confronti delle produzioni cinematografiche, e per arginare tale accanimento, le principali case di produzione dell’epoca, ovvero nel 1921 crearono la “Motion Picture Producers and Distributors Association of America” (MPPDAA) ed elessero William Hays, ex politico repubblicano, presidente dell’associazione.
CRONACA NERA A HOLLYWOOD
Lo scopo era quello di controllare e quindi regolarizzare i contenuti delle singole pellicole. E considerata la grande quantità dei soggetti ritenuti “scabrosi” e i continui scandali in cui venivano coinvolti i volti più noti dell’industria hollywoodiana, durante un congresso del 1922 venne presa una drastica decisione. I capi delle case di produzione convenirono che l’unico modo per placare le masse di malcontento generale era quello di attuare una dura campagna di censura.
Ma prima che l’ufficio di Hays cominciasse seriamente ad elaborare una soluzione, tre fatti di cronaca nera, con protagonisti tre fra le celebrità più in vista dell’epoca, sconvolsero gli Stati Uniti. Il primo fu l’omicidio dell’attrice Virginia Rappe per mano di Roscoe Arbuckle, un comico secondo solo a Charlie Chaplin in quanto a popolarità, avvenuto durante una festa a base di alcol e sostanze stupefacenti. Un anno più tardi, nel 1922, il regista britannico William Desmond Taylor venne assassinato in circostanze ancora oggi misteriose, e nel gennaio del 1923 Wallace Reid, attore e sex symbol, famoso per i suoi ruoli di eroe, morì a causa della sua dipendenza da morfina.

All’inizio degli anni ’30 quindi, William Hays e la sua squadra ultimarono la stesura del Production Code, meglio noto come Codice Hays, una serie di norme atte a regolarizzare e specificare cosa fosse o non fosse moralmente accettabile all’interno delle produzioni cinematografiche. Ma fu nel 1934 che il Codice cominciò ad essere ufficialmente applicato. Da quel momento, nessuna pellicola sarebbe stata proiettata senza l’approvazione e il marchio di garanzia di Hays e dei suoi collaboratori. Ogni sceneggiatura, prima di arrivare nella mani del regista, veniva consegnata agli uffici del Production Code dove i membri della commissione la analizzavano, applicando tagli su tutte le parti della trama ritenute inappropriate.
LE REGOLE DEL CODICE HAYS
Ai produttori, agli sceneggiatori e ai registi rimaneva quindi ben poca libertà artistica in quanto il Codice Hays era estremamente rigido e ricco di dettagli. Difatti, l’opera di William Hays regolava ogni tipo di contenuto e situazione. Dal sesso alla religione, dalla violenza al pudore, dalla rappresentazione di alcol e droghe al razzismo.
Le scene di violenza o nudità erano proibite. L’adulterio, le relazioni tra persone di etnia diversa, le danze lascive e provocatorie erano vietate. Per nessun motivo la religione doveva essere ridicolizzata e il nome di Dio o di Gesù (o di qualsiasi altra divinità) non poteva essere nominato, a meno che a farlo non fosse un esponente della Chiesa. E, naturalmente, le pellicole non dovevano contenere nessun tipo di blasfemia ed era negata la pronuncia di termini scurrili che avrebbero potuto traviare le giovani menti.
Le produzioni dovevano promuovere l’educazione e le buone maniere, la sacralità del matrimonio, il rispetto per la fede religiosa e il diniego per qualsiasi forma di attività illegale. I crimini e quindi i thriller, per esempio, che si trattasse di omicidio, furto o traffico di stupefacenti potevano essere diretti solo se funzionali alla trama e dovevano obbligatoriamente essere rappresentati in modo che il pubblico non provasse simpatia per il malvivente né, tanto meno, desiderasse giustificarlo o emularlo. La stessa cosa valeva per l’adulterio e l’omosessualità, due argomenti considerati tabù. Se inseriti nella sceneggiatura non dovevano mai essere esplicitamente mostrati e, soprattutto, doveva trasparire un importante messaggio: dovevano essere eticamente sbagliati.
VITTIME E LATITANTI
Molte furono le produzioni che subirono la furia del Codice Hays, e altrettanti furono i grandi registi che dovettero piegarsi al volere della commissione. “Il segno della croce” (1932) di Cecile B. De Mille per esempio, fu bersagliato dalla censura nel 1944, dodici anni dopo l’uscita nella sale cinematografiche. Circa un’ora di contenuti, compresa la famosa scena in cui Claudette Colbert (Poppea nel film) fa il bagno completamente nuda in una vasca colma di latte di asina, vennero ritenuti immorali. Tutte le copie in circolazione furono fatte a pezzetti.
Persino “Casablanca”, capolavoro di Michael Curtiz del 1942, dovette rinunciare al finale originale. Nella prima stesura della sceneggiatura infatti, Isla Lund Laszlo (Ingrid Bergman) sceglieva di rimanere con il suo amato Rick Blaine (Humphrey Bogart) piuttosto che seguire suo marito Victor (Paul Henreid). Certo, se il Codice non fosse intervenuto probabilmente oggi non esisterebbe uno dei finali più iconici della storia del cinema, a dimostrazione che a volte non tutti i mali vengono per nuocere.
Ovviamente, come accade fin dall’alba dei tempi, ci furono quelle menti geniali che riuscirono a trovare l’inganno e molti stratagemmi utili per aggirare la legge. Da Alfred Hitchcock, che nonostante le restrizioni girò due pietre miliari come “Notorious” (da ricordare il bacio più lungo del cinema) e “Psycho”, a David O. Selznick e Victor Fleming, che si impuntarono per non dover cambiare la famosa “Frankly, my dear, i don’t give a damn” in “Via col vento”, alcuni registi trovarono delle brillanti scappatoie per poter girare le proprie pellicole senza dover subire alcun tipo di censura.
Ma questa è un’altra storia…
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