Quella della caccia al bisonte è una delle scene più iconiche di “Balla coi Lupi”. E fu anche una delle più difficili da girare.
Anche se ha le proporzioni di uno dei più grandi kolossal, “Balla coi Lupi” è stata in realtà una di quelle produzioni che si definiscono “a basso budget”. Tratto dal romanzo omonimo di Michael Blake, vincitore di ben 7 Premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, la pellicola diretta e interpretata da Kevin Costner è, ancora oggi, uno dei film di maggior successo della storia cinematografica. Eppure furono molti gli accorgimenti che, durante le riprese, gli attori e i membri della produzione dovettero adottare.
I costumi di scena, per esempio, erano pochi e ogni interprete fu meticoloso nel trattare al meglio gli abiti con cui doveva recitare. Ognuno era responsabile del proprio costume.
Difatti, Kevin Costner, duro, caparbio, deciso sul suo lavoro, desiderava solo una cosa dal suo primo film da regista: il realismo.
E così ogni scena venne diretta nei territori sconfinati del Sud Dakota. Certo, dovendo girare all’aperto e non in studio, con l’ausilio di set appositamente costruiti, la troupe dovette fronteggiare ogni avversità che il tempo aveva da offrirgli. Il risultato fu una pellicola che rispecchia l’immagine dei grandi film western senza rinunciare a rappresentare una natura tanto selvaggia quanto incontaminata.
UNA SCENA GIRATA IN SEI GIORNI
Una delle sequenze più complicate da girare fu quella della caccia al bisonte.
Ci vollero sei giorni per girare un’unica scena e, fortunatamente, le condizioni climatiche decisero di essere clementi con il buon Kevin che decise di fare qualcosa che mai nessuno aveva tentato prima di allora. Incredibilmente, aiutato naturalmente da una troupe volenterosa, riuscì a radunare una mandria che contava tra i 1500 e i 2000 bisonti, anche se altrettanti furono aggiunti digitalmente in seguito.

E, come se non fosse già stato abbastanza difficile radunarli tutti insieme, ben presto Costner e i suoi colleghi si resero conto che gestire quei bestioni era un’impresa titanica poiché impossibili da ammaestrare. Fuggivano e si disperdevano continuamente. Riunirli era praticamente impossibile e per questo le riprese vennero più volte interrotte. O meglio, era un miracolo se riuscivano a finire un primo ciak alla fine di ogni giornata.
A NESSUN BISONTE VENNE FATTO DEL MALE
Ovviamente non mancarono gli incidenti, anche se minimi. Difatti, Kevin che non aveva sentito il bisogno di usare la sua controfigura, cascò da cavallo, ma per fortuna ne uscì illeso, continuando imperterrito a girare.
Costner era un appassionato. Guidava il set spinto dal desiderio di fornire al pubblico qualcosa di diverso, qualcosa di autentico. Qualcosa che fino ad allora – stranamente – non era stato preso in considerazione. Se per il suo primo film da regista e regalare così veridicità storica al contenuto i nativi americani avrebbero dovuto parlare la lingua indiana, ogni attore che impersonava un indiano, avrebbe dovuto cavalcare senza l’uso della sella. Così Costner, setacciò ogni ranch della zona, ogni rodeo, alla ricerca di cavallerizzi professionisti che avrebbero potuto non solo girare il film, ma essere capaci di combattere e stare quindi in sella nella famosa e complicata scena dei bisonti.

Naturalmente, a nessun bisonte venne fatto del male. Gli animali che vediamo essere colpiti in mezzo alla folla e cadere a terra esanimi infatti erano in realtà finti. Erano ovviamente modelli di circa 2 quintali posizionati su carrelli mobili e posti in mezzo ai veri bisonti in carne e ossa.
UNA VELATA MA POTENTE CRITICA
Eppure, oltre forse la scena più adrenalinica di “Balla coi Lupi”, dietro alla caccia al bisonte si nasconde una forte critica sociale.
Poco prima che i Sioux raggiungano la mandria, il gruppo attraversa una vallata in cui sono state abbandonate alcune carcasse di bisonte. È chiaro che qualcuno li ha preceduti ma, chiunque sia stato, ha agito per puro consumismo. Gli animali infatti, una volta uccisi, sono stati privati della propria pelliccia e lasciati a marcire. Un’immagine di una brutalità inaudita che però risulta essenziale per comprendere quanto il popolo dei nativi fosse diverso dai “cacciatori bianchi”. I Sioux invero cacciano per sopravvivenza, per procurarsi i vestiti e le coperte per poter superare l’inverno e la carne per sfamare il proprio popolo e non per pura ingordigia, dimenticando così il rispetto per la natura.
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