Tra fantasia e critica sociale, “Il mago di Oz”, datato 1939, è un classico intramontabile del cinema.
“Nessun posto è bello come casa mia”. Lo sapeva bene L. Frank Baum, scrittore americano classe 1856. Questi, agli albori del nuovo secolo, stufo di un lavoro d’ufficio che odiava ma che era costretto a svolgere, non vedeva l’ora di tornare nella propria dimora per passare del tempo in famiglia, raccontando una bella storia ai suoi figli. Lo sapeva bene anche Dorothy Gale, la ragazzina protagonista del più celebre dei romanzi di Baum. Una dolce e candida creatura che, pur trovandosi in un mondo incantato, non desidera altro che tornare a casa dai suoi amati zii.
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Ambientato in un magico paese, abitato da streghe buone e streghe cattive, maghi e scimmie volanti, “Il mago di Oz” racconta la storia di Dorothy e della sua straordinaria avventura per tornare in Kansas, accompagnata da un’improbabile compagnia di amici: uno spaventapasseri parlante, un boscaiolo di latta e un leone possente ma codardo.
LA FOTOGRAFIA DI UN PAESE
Oltre ad appassionare milioni di lettori, l’opera di Baum funse come fonte di ispirazione e come mezzo per evadere da una realtà ancora molto cruda. Invero, benché fosse stato pubblicato nel 1900, “Il mago di Oz” risultò essere un’ottima fotografia della società americana del primo novecento. Ma specialmente degli anni ’30. Difatti, nella sua semplicità il romanzo riusciva ad incarnare sia l’anima triste di una nazione che si trovava costantemente sull’orlo di un baratro sia quel bisogno di evasione e di fantasia che attanagliava il popolo americano.

Descritta come una terra arida, triste e grigia, il Kansas rispecchiava perfettamente il terribile momento che il popolo americano aveva vissuto e stava ancora cercando di superare. Gran parte del paese infatti, nonostante fosse passato un decennio, era ancora in ginocchio a causa della crisi economica causata dal Crollo di Wall Street del 1929. E le conseguenze della Prima Guerra Mondiale incombevano ancora sul Nuovo Continente.
Tuttavia, in questo clima di sterilità economica e di tensione, dovuta principalmente alla minaccia di un secondo conflitto globale, Arthur Freed, proprio come Dorothy, comprese l’importanza dell’immaginazione. Compositore, paroliere e produttore cinematografico alla MGM, decise che era arrivato il momento di realizzare uno dei suoi più grandi sogni. E così decise di girare un adattamento cinematografico che fosse all’altezza de “Il mago di Oz”.
E, forte dell’appoggio di un produttore come Mervyn LeRoy, considerato uno degli uomini di punta della MGM, Freed decise cominciò a lavorare alla realizzazione del film.
UN LIETO FINE PER TUTTI
Per cominciare serviva uno sceneggiatore abbastanza in gamba da riuscire a scrivere una storia tanto profonda quanto giocosa, che trasportasse il pubblico in un mondo meraviglioso. Un mondo dove tutto doveva apparire colorato e allegro, ma che, allo stesso tempo, trasmettesse l’importante messaggio che, tuttora, si cela dietro alle parole scritte da L. Frank Baum. “Nessun posto è bello come casa mia” avrebbe dovuto essere il fulcro di una narrazione spensierata ma profonda. E il messaggio che i lettori avevano percepito leggendo le pagine del romanzo doveva essere enfatizzato dalla messa in scena della pellicola. Un compito piuttosto arduo.

Infatti, nel romanzo pubblicato nel 1900, la morale appare piuttosto chiara. Per quanto la piccola Dorothy si fosse affezionata ai suoi nuovi amici, è solamente dopo essersi risvegliata nella sua cameretta, assieme al cagnolino Toto, e vedendo al suo fianco la zia Emma e lo zio Henry che si sente veramente felice. Ma l’innocente fanciulla non è l’unica, ovviamente, ad avere un proprio lieto fine. Difatti, dopo aver ricevuto (rispettivamente) un cervello, un cuore e il coraggio, anche i suoi tre compagni di avventura riescono a trovare quel posto nel mondo da poter chiamare finalmente “Casa”.
Vi avverto. Per chi non ha ancora letto il romanzo, questo che sto per raccontarvi può risultare una rivelazione fin troppo specifica della parte finale.
Lo Spaventapasseri prende il posto del Mago come sovrano nella Città di Smeraldo. Il Boscaiolo di Latta prende possesso del castello dove dimorava la perfida strega dell’Ovest, regnando con giustizia sui popoli che la fattucchiera aveva ridotto in schiavitù. E il Leone, dopo aver sconfitto il mostro che tormentava tutti gli animali, diviene (giustamente) l’amato re della foresta.
E quindi, Freed trovò finalmente uno sceneggiatore all’altezza del compito, ovvero Noel Langley. Esso riuscì a scrivere una storia in grado di reggere il peso della forte e bellissima morale dell’opera originale e quindi l’essenza del racconto di Baum. Ma la vera rivoluzione nel realizzare “Il mago di Oz” fu proprio nel lato tecnico. Tra il cambio di cinque registi, la rivoluzione del Techicolor e le numerose invenzioni creative.
“IL MAGO DI OZ” O “VIA COL VENTO”?
Certo, la produzione de “Il mago di Oz” non fu certo tra le più semplici. E fu Arthur Freed stesso ad assumersi la responsabilità della maggior parte delle scelte. Una di esse, la più importante forse, fu quella di affidare la parte a Judy Garland piuttosto che a Shirley Temple, che all’epoca era una delle star più amate e seguite del panorama cinematografico. Tuttavia, la scelta di Freed si rivelò essere più che giusta. Oppure la scelta di trovare un regista che fosse all’altezza dell’incarico. Victor Fleming, accreditato come regista principale del film, effettivamente diresse la maggior parte delle scene. Anche se, durante la produzione, si ritrovò ad affrontare molti stand-by a causa di tanti ma tanti imprevisti.

Come alcuni incidenti sul set. L’attrice che impersonò la Strega dell’Ovest, Margaret Hamilton, per esempio, riportò delle gravi ustioni sul volto dovute ad un problema legato alla scenografia. Oppure incidenti causati da un make-up troppo dannoso per le vie respiratorie. Causa che ha obbligato la produzione ad un re-casting improvviso di Jack Haley (l’Uomo di Latta).
Fleming si trovò a scegliere tra finire “Il mago di Oz” , e oltrepassare l’ennesimo ostacolo che impediva la produzione di terminare finalmente il film, oppure dirigere “Via col vento”. E difatti alla fine Fleming si arrese e abbandonò. E fu quindi King Vidor a dirigere la famosa scena entrata nella storia del cinema, “Somewhere over the rainbow”.
Come sappiamo, il risultato fu superlativo. Un perfetto connubio tra spettacolo musicale e innovazione tecnica.
Basti pensare a quella geniale scena in cui si passa dal grigio e arido Kansas, rappresentato in bianco e nero, al magico Regno di Oz, girato ovviamente in Technicolor. Un contrasto psicologico, oltre che cromatico, veramente impressionante per l’epoca. L’enfatizzazione dei colori di Oz allegoria di un mondo dominato dalla fantasia, dai sogni e privo di problemi (anche se sappiamo che così non è), contribuisce a potenziare la metafora che probabilmente, il cinema stesso può essere una risposta, e forse un conforto. Oppure un rifugio dal grigiore della realtà che circonda non solo il mondo di Dorothy, ma anche di tutti noi.

Titolo Originale: Wizard of Oz
Anno: 1939
Genere: musical, avventura, fantastico
Regia: Victor Fleming
Interpreti: Judy Garland, Jack Haley, Ray Bolger, Bert Lahr
Soggetto: tratto dal romanzo “Il meraviglioso mago di Oz” di Frank Baum
Casa di Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer
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