Grazie a “The Help”, Kathryn Stockett e Tate Taylor ci raccontano una storia densa di significato in quell’America ancora condizionata dal razzismo.
Jackson, Mississippi. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in un decennio in cui, sebbene ormai le leggi Jim Crow fossero solo un ricordo, il razzismo era ancora (purtroppo) molto diffuso negli stati del sud, una ragazzina usciva da scuola correndo in fretta e furia verso casa. Una volta giunta nelle calde e sicure mura domestiche, desiderosa di una limonata fresca, si sedeva in cucina, sorseggiando la bibita a piccoli sorsi, ascoltando ammirata le storie che Demetrie, la sua domestica, le raccontava mentre era indaffarata a friggere quel croccante pollo fritto che preparava con tanta cura.
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La donna, nata nel lontano 1927, narrava alla piccola degli orribili giorni in cui era costretta a lavorare nei campi di cotone dalla mattina alla sera, anche sotto il sole cocente. E la sua pelle si riempiva di bolle a causa del forte tepore. La bambina, ascoltando con estrema chiarezza, rimaneva affascinata nel sentire quelle storie e, nella sua innocenza, si chiedeva come fosse possibile che certa gente potesse trattare in un modo così tanto orribile un suo simile.
Sebbene fosse diverso solo e soltanto il colore della loro pelle. E, nonostante i rimproveri della madre che le intimava di lasciar lavorare in pace Demetrie, la curiosa ragazzina adorava ascoltare la domestica parlare. Ma, intanto, nella sua abile e sveglia mente, si sviluppava già un’idea che l’avrebbe condotta davvero molto lontano.
LA NASCITA DI “THE HELP”
Dopo la laurea, la ragazzina ormai divenuta una donna si trasferì a New York dove, tra un lavoro e l’altro, decise di rendere onore alla povera Demetrie, che ormai era passata a miglior vita. E concretizzare così quell’idea che per anni aveva immaginato e poi maturato nel corso del tempo.

Così Kathryn Stockett scrisse, il romanzo che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Ma prima di inviarlo alle varie case editrici decise di chiedere un parere esterno. Imparziale. Inviò quindi il manoscritto ad uno suo grande amico, anche lui di Jackson, un regista alle prime armi che aveva all’attivo appena due film.
E quando Tate Taylor lesse ciò che aveva scritto la sua cara vecchia amica Kathryn Stockett ne rimase letteralmente estasiato! E non mancò di comunicarlo a Kathryn. La telefonata tra i due fu molto breve e concisa. Tate le disse che aveva scritto una storia bellissima e che lui sentiva che doveva farne assolutamente un film. Sentiva l’esigenza di raccontare la storia su pellicola. E che le persone potessero ammirare quell’idea sul grande schermo. Kathryn sorrise e rispose molto semplicemente: “Lo so!”
Così nacque ufficialmente il progetto “The Help”.
UNA POETICA GENUINA
Uscito nelle sale nel 2011 l’adattamento cinematografico di “The Help” può vantare un cast stellare, composto da attrici del calibro di Viola Davis, Octavia Spencer, che venne insignita dell’Oscar per la miglior attrice non protagonista, ed Emma Stone (per citarne alcune). La storia è ambientata nel Mississippi (a Jackson ovviamente) durante gli anni ’60, quando i neri venivano ancora umiliati, insultati dall’uomo bianco, costretti a vivere segregati nei “quartieri per negri” e dove la maggior parte delle donne trovava lavoro al servizio nelle case dei bianchi.
“The Help” infatti racconta la storia dal punto di vista delle cameriere schiavizzate dalla ferocia e dalla mancanza di rispetto dell’uomo bianco. Ponendo, come punto focale del film il pregiudizio e le azioni che ne derivavano. La cattiveria, la paura, l’ipocrisia e l’indifferenza che ancora regnavano nel Mississippi degli anni ’60. Attraverso lo sguardo attento e preciso di Tate Taylor, e il magnetismo di due attrici come Viola Davis e Octavia Spencer, il film riesce nella difficile impresa di denunciare un argomento tanto importante quanto complicato come la discriminazione razziale con una leggerezza tanto genuina quanto poetica.
UNA DONNA MODERNA
Ma “The Help” non si limita “solo” a questo. Oltre a raccontare con somma profondità le innumerevoli difficoltà e la segregazione a cui erano soggetti i membri della comunità afroamericana, Taylor riesce a calibrare la storia mettendo in scena anche un altro importante punto di vista. Ossia quello di Skeeter (Emma Stone), un’aspirante giovane giornalista che non concepisce la disparità con cui vengono giudicate le domestiche di Jackson.

Figlia di una delle famiglie più ricche della contea, Skeeter dimostra di possedere una mente matura nonché moderna che le permette di pensare fuori dagli schemi conservatori delle sue coetanee. Riuscendo nell’impossibile e pericolosa impresa di elaborare un piano per rendere giustizia a tutte quelle donne che, nonostante siano maltrattate, umiliate e, quasi sempre, sottopagate, si preoccupano di pulire una casa non di loro proprietà e di crescere e prendersi cura dei bambini dei padroni di casa, creando un profondo legame, nutrendo la speranza che in un futuro non diventino brutali e cattivi come i loro genitori.
Lo scopo di Skeeter, aiutata da Aibileen e Minny (Viola Davis e Octavia Spencer) è quello di denunciare attraverso le pagine di un libro, in anonimato, la rigida politica borghese, moralista e razzista degli abitanti di Jackson. Ma pur essendo guidata da buone intenzioni e compiere così un’opera nobile, la giovane intraprendente è costretta a tenere segreta la sua volontà e agire nell’ombra per non correre il rischio di essere giudicata dalla società e, ancora peggio, che le famiglie di Jackson si scaglino contro la comunità afroamericana.
UNA STORIA SUI LEGAMI UMANI
La sceneggiatura di Tate Taylor, costretto a rinunciare a molti episodi narrati nel libro, riesce a riportare sul grande schermo l’anima dell’opera originale di Kathryn Stockett. E, cosa ancor più importante, a trasmettere la stessa identica morale. Tuttavia, il romanzo, a dispetto della bellissima pellicola di Taylor, come accade nella maggior parte delle opere cartacee, riesce a scavare molto più a fondo. Raccontando nel dettaglio i principali timori delle cameriere derivati dai soprusi subiti dalle loro padrone. E dai molteplici divieti e le restrizioni dettati da una società radicalmente razzista.
Ovviamente, sia il film che l’opera letteraria, attraverso la storia Aibileen e la piccola Mae, riescono a sottolineare il bellissimo rapporto che si veniva a creare tra le cameriere e i figli dei loro padroni.
Per anni le domestiche accudivano i bambini sostituendosi spesso al ruolo della madre, troppo impegnata a socializzare, a organizzare eventi e a giocare a Bridge per educare i figli.
Ma, la parte più bella del romanzo, come si può anche intuire nel film grazie alle parole che Skeeter riserva alla sua cameriera Constantine, alla quale è molto affezionata, riguarda tutti quei legami e quei rapporti di reciproco rispetto, amicizia e (in casi molto rari) amore (ebbene si) che si creavano tra padrona e cameriera. Rapporti che però erano costrette a vivere nell’ombra perché considerati impuri se non illegali. Invero, come viene sottolineato più volte, persino un rapporto di amicizia tra bianchi e neri era considerato inaccettabile. Figuriamoci quindi un legame omosessuale, per quanto potesse essere profondo e sincero.
“The Help” riesce quindi nel difficile compito di mostrare entrambe le facce della medaglia. Senza mai risultare noioso o scontato e senza rinunciare a quella moderata dose di ironia che, specialmente quanto si tratta di una tematica tanto delicata, riesce a rendere la storia ancor più piacevole.

Titolo Originale: The Help
Anno: 2011
Genere: drammatico, storico
Durata: 146 min.
Regia: Tate Taylor
Interpreti: Viola Davis, Octavia Spencer, Emma Stone, Bryce Dallas Howard
Soggetto: Tratto dall’omonimo romanzo di Kathryn Stockett
Sceneggiatura: Tate Taylor
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