Dopo una lunga attesa la tanto agognata quinta stagione di “Stranger Things” è finalmente arrivata su Netflix. Ma il finale è stato all’altezza delle aspettative?
Dire addio ad una serie non è mai facile. Tanto meno se stiamo parlando di un prodotto delle proporzioni di “Stranger Things”. Ormai è passato quasi un decennio da quando, per la prima volta, siamo entrati in contatto con Hawkins, l’oscuro mondo del Sottosopra, il Demogorgone e l’allegra banda formata da Mike, Will, Dustin, Lucas e Undici. E da quel momento l’universo creato dai gemelli Duffer si è notevolmente evoluto.
Se in un primo momento infatti i nostri eroi dovevano affrontare un temibile predatore come il Demogorgone, nel corso delle cinque stagioni di cui si compone “Stranger Things”, i nemici sono diventati sempre più potenti e malvagi. Così, nelle ultime stagioni, Undici e gli altri si sono scontrati con Vecna, un potente e manipolatore stregone oscuro, e il Mind Flayer, un gigantesco mostro proveniente da una dimensione parallela.
TRAILER
Fin dal 2016, anno in cui “Stranger Things” ha calcato per la prima volta il palcoscenico di Netflix, è apparso evidente che si trattasse di un’opera innovativa sotto molti punti di vista. Una serie TV dalle sembianze di un blockbuster cinematografico capace di omaggiare la cultura pop degli anni ’80 diventando così un fenomeno di livello mondiale. Il merito sicuramente va attribuito ad una sceneggiatura ben scritta che, nell’arco di quattro stagioni, ha saputo sviluppare i caratteri dei vari protagonisti, divenendo così una serie corale e sapendo dare ad ognuno di essi una notevole importanza, creando una trama avvincente e ricca di colpi di scena.
E la quinta stagione è stata la conferma di tutto quello che di buono i Duffer Brothers erano riusciti a creare con i precedenti capitoli della storia. Il finale infatti ha definitivamente chiuso il cerchio attorno alla trama di “Stranger Things”, dando una conclusione a quasi tutti i protagonisti, regalando un turbinio di forti emozioni ed una battaglia finale degna delle migliori produzioni fantasy.
FAN SERVICE
L’adrenalina e la suspense creata attorno ai personaggi e la paura di veder morire anche uno solo di loro hanno raggiunto picchi incredibili, e l’epilogo è stato tanto esaltante quanto toccante. Anche se, va sottolineato, decisamente molto fan service. Difatti, la paura che uno (o più di uno) tra loro ci lasciasse le penne era talmente alta da tralasciare il vero significato della serie: ovvero sopravvivere all’adolescenza, crescere ed essere una famiglia che si protegge e si sostiene. Cosa che è realmente accaduta.
Una unione talmente profonda capace di afferrarti al volo quando stai per cadere e proteggerti quando un mostro sta per divorare la tua faccia in un sol boccone. Il gruppo di Stranger Things quindi, da Mike, a Undici, a Hopper a Joyce, Murray, Steve, Max, Nancy è una famiglia. Una famiglia che scegli, come nelle più belle amicizie.

Il problema però è che i Duffer hanno ecceduto. Fin troppo con alcune scene. La scena sul tetto, per fare un esempio, oppure durante il coming-out. Importantissimo per il personaggio, decisivo tanto da farlo crescere, ma troppo alla “attimo fuggente”, alla fine. Eccedere non è mai una buona scelta.
Diretti molto bene gli episodi hanno saputo sorprendere, ma è innegabile che i fratelli Duffer abbiano giocato fin troppo con il Fan service e con la preoccupazione che il proprio beniamino ci potesse lasciare le penne. L’hype per questa serie di episodi conclusivi e la paura creatasi attorno ai personaggi hanno tralasciato un particolare: non importa chi non ce la farà, la cosa importante è che la sceneggiatura sia di qualità. E che la storia abbia un senso.
UNA SCENEGGIATURA CHE VACILLA UN PO’
Come detto, dire addio ad una serie e ai suoi personaggi non è mai semplice, tanto meno se l’unione che essi trasmettono diventa tanto intensa. A dimostrazione del fatto che, al contrario di Vecna, noi non abbiamo scelto la famiglia sbagliata.
Eppure, per quanto il finale di “Stanger Things” sia stato emozionante e commovente, non tutto quel luccica si rivela essere oro, anzi. Tralasciando alcuni piccoli buchi di trama, come la scomparsa e la riapparizione del signor Wheeler, la quinta stagione della serie targata Netflix presenta dei difetti che difficilmente possono essere ignorati.

L’epilogo concepito dai Duffer, che hanno deciso di concludere la serie esattamente dove è cominciata, ossia nel bel mezzo di una campagna di Dungeons & Dragon, è stato sì commovente, eppure alcuni personaggi non hanno goduto di un tale privilegio come quello di avere un finale degno del loro cammino. Per quanto la loro evoluzione sia stata ben costruita (a parte Jonathan e Robin che durante la quarta stagione hanno dovuto subire una involuzione dei loro personaggi) attraverso l’arco di tutte le stagioni, la conclusione a cui sono andati incontro si può ritenere piuttosto superficiale, se non addirittura deludente.
Undici, per esempio, in questa quinta e ultima stagione non evolve. Anzi, rimane proprio ferma. Come Hopper che le impedisce di crescere per paura di perderla. Oppure Joyce che si risveglia alla fine della stagione ma che conclude la questione in maniera decisamente epica. Avere a che fare con un cast così corale non è mai semplice (ricordiamo “Game of Thrones”), ma la sfida è riuscire quantomeno a dare un epilogo degno di nota ad ognuno di loro. O almeno, ricordarsi di darlo.
Vogliamo parlare di Robin, a mani basse miglior personaggio di questa ultima stagione? Prima aiuta Will nel suo difficile percorso emotivo e poi viene completamente dimenticata nell’ultima puntata.
Oppure Murray, che viene solo intravisto tra le sedie dietro i diplomandi. Costruire la strada ad uno splendido personaggio e lasciare che sia lo spettatore a dare un epilogo è segno di una scrittura pigra.
Per non parlare del salto temporale “18 mesi dopo”. Molte spiegazioni vengono difatti a mancare (che fine hanno fatto i russi?) come la scomparsa del personaggio interpretato da Linda Hamilton, ovvero la dottoressa Kay. Qui si può facilmente intuire il perché lei non si veda più, ma cinque stagioni con armi e soldati, avrebbero giovato di una spiegazione finale. I genitori di Derek sono ancora sul pavimento? Il Mind Flayer era così facile da battere come il ragno gigante della miniserie “IT” del 1990?
HENRY CREEL
Ma la più grande pecca di questa stagione conclusiva è legata proprio al personaggio di Henry Creel, alias Vecna. Anche se i fattori che lo porteranno a trasformarsi nel temibile demone a servizio del Mind Flayer sono stati ben spiegati, il suo passato viene appena scalfito. E questo perché la stagione è strettamente collegata ad uno spettacolo teatrale che è stato portato in scena solamente a Londra e a New York.

Una parte fondamentale della psiche e della storia del principale villain della stagione, è quindi avvolta nell’ombra e che rimane ignota per la maggior parte del pubblico.
Inoltre, lo spettacolo dal titolo “Stranger Things: The First Shadow”, essendo un prequel della serie, ha rivelato importanti informazioni sul Sottosopra e sulla Dimensione X (o Abisso) che nella serie non sono state approfondite.
APPROFONDIMENTO DEI PERSONAGGI
Nota positiva sulla gestione dei personaggi. La coralità è sempre stata quindi uno dei maggiori punti di forza della serie. Coordinare di volta in volta nuovi gruppi sempre diversi non è cosa facile, ma questa volta i Duffer ci sono riusciti. Mi riferisco a Robin e Will, per esempio. Robin lo fa crescere, donando al ragazzo consapevolezza e forza.

Mike e Nancy finalmente si parlano (e sono fratello e sorella). Jonathan trova finalmente lo spazio che merita. Mike torna ad essere un bellissimo personaggio con un cervello che funziona.
Anche i nuovi personaggi e quelli che vivevano nell’ombra trovano uno spazio e una nuova luce. Ricordiamo Derek (Jake Connelly), Holly (Nell Fisher) più grande e interpretata da un’altra attrice, diventa una vera e propria nuova protagonista. Karen, la mamma dei giovani Wheeler si fa portavoce di forza e coraggio di tutte le vere madri di questo mondo. Il professor Clarke, vero e proprio mentore per lo storico quartetto di giovani nerd appassionati, trova finalmente il proprio posto nella squadra acchiappa demogorgoni.

Anche se Netflix ha preso la discutibile e insopportabile decisione di far uscire la stagione in tre parti, di cui le prime due ad un mese di distanza l’una dall’altra, l’interesse di vedere come i Duffer abbiano deciso di concludere la saga di Hawkins non è certo diminuito.
Uno dei grandi pregi di “Stranger Things” infatti è sempre stato quello di destare la curiosità del pubblico, soprattutto dopo l’introduzione di un personaggio come Vecna. Proprio il villain per eccellenza della serie in questa quinta stagione risulta più inquietante che mai, merito di una magistrale interpretazione di Jamie Campbell Bower che ha dimostrato di possedere un’espressività invidiabile e che in pochi riescono ad eguagliare (vero Millie?!).
CITAZIONI
Inoltre, grazie alla potenza visiva delle immagini, Stranger Things è riuscita a creare un mondo tanto ampio da risultare epico. La quinta stagione infatti, oltre ad omaggiare pellicole ormai storiche come “Ritorno al futuro”, “Titanic”, “Jurassic Park” , “Alien” , “Dracula di Bram Stoker”, “Frankenstein Junior” (per citarne alcune), ha saputo sfruttare al massimo il fattore emotivo della storia riuscendo ad emozionare dall’inizio alla fine.
La colonna sonora non manca di omaggiare chicche degli anni passati, come “Rockin’ Robin” cantata da Michael Jackson e divenuta oramai di nuovo conosciuta grazie alla nostra DJ preferita interpretata da Maya Hawke. Ovviamente torna l’iconica “Running Up That Hill” di Kate Bush. “Fernando” cantata dagli ABBA e protagonista assieme a Karen e a Holly di una tra le scene più angoscianti di questa quinta stagione, ovvero la fuga dal demogorgone.

Poi “Oh Yeah” degli Yello con Dustin protagonista e che riecheggia classici anni ’80 del passato, come “Una pazza giornata di vacanza” (1986). Oppure “Heart and Soul” di Floyd Cramer che i più attenti ricorderanno nel film “Big” (1988). E infine “When Doves Cry” e “Purple Rain” di Prince, con protagonisti Mike e Undici. Per non dimenticare i titoli di coda, con la stupenda “Heroes” cantata da David Bowie.
SCENA (MUSICALE) ICONICA
Ma, nonostante i numerosi titoli di qualità, francamente ho sentito una vera e propria mancanza di una scena che risultasse davvero iconica come nelle stagioni passate. Ricordiamo “Neverending Story”, cantata da Dustin e da Suzie e “Master Of Puppets” suonata da Eddie Manson, personaggio indimenticabile e fortunatamente non dimenticato in questa ultima stagione.
La sceneggiatura dei Duffer ha saputo rendere omaggio dall’inizio alla fine al personaggio di Eddie, rimasto nei cuori dei più appassionati.
IN CONCLUSIONE
Volendo concludere, “Stranger Things” rimane comunque una serie ben sviluppata, estremamente godibile e dal grande impatto sia visivo che emotivo, oltre che culturale. Una serie che rimarrà nella storia della serialità che come pochi prodotti al mondo, ha saputo non solo unire chi la guardava (in quanti hanno resistito fino alle 2 del mattino?) ma parlare di sé. Una serie che ha unito generazioni, dai più “anziani” ascoltatori di quella musica e di quel cinema anni ’80 che così tanto immensamente ci manca, ai più giovani della nuova generazione “Z” (che purtroppo non hanno colto le innumerevoli citazioni cinematografiche).

Titolo Originale: Stranger Things
Anno: 2016/2025
Genere: fantascienza, drammatico, avventura, azione
Interpreti: Millie Bobby Brown, Winona Ryder, David Harbour, Gaten Matarazzo, Finn Wolfhard, Natalia Dyer, Noah Schnapp, Sadie Sink, Joe Keery, Caleb McLaughlin, Charlie Heaton, Maya Hawke, Brett Gelman
Ideatore: Matt Duffer e Ross Duffer
Casa di Distribuzione: Netflix
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