Cinque serie tv passate in sordina che vi consigliamo di recuperare
Il True Crime è un fenomeno sempre più in espansione. Le storie delle più contorte menti umane hanno sempre colto l’interesse e l’attenzione del pubblico, ispirando film, podcast, serie TV, romanzi e fumetti. Registi, scrittori e sceneggiatori hanno attinto ai fatti realmente avvenuti per creare prodotti in grado di coinvolgere e appassionare, oltre a raccontare un pezzo di storia, per quanto oscuro, dell’umanità.
David Fincher, per esempio, nel 2007 decise di raccontare una delle vicende più misteriose della storia, che ancora oggi, a distanza di quasi sessant’anni dal primo omicidio suscita molta soggezione in tutti gli appassionati di crimini.
Quella del Killer dello Zodiaco, o Zodiac, è forse uno dei casi irrisolti più affascinanti di sempre. Oppure “From Hell”, con Johnny Depp nei panni dell’ispettore Abberline, che racconta, anche se in maniera romanzata, la storia di Jack Lo Squartatore, il Serial Killer che terrorizzò Londra nel 1888.
Tuttavia sono forse le serie TV il mezzo migliore per portare in scena il True Crime. Lo sa bene Ryan Murphy, che nella sua carriera da produttore televisivo ci ha raccontato la storia di O.J. Simpson, di Jeffrey Dahmer e di Ed Gein. Ma parlarvi di serie tanto popolari sarebbe troppo facile, e probabilmente pleonastico perché sicuramente le avrete già viste.
Invero ce ne sono molte altre di opere seriali ispirate a fatti realmente accaduti, alcune sconvolgenti come la recente “Baby Reindeer”, altre sono tanto macabre quanto accurate come “Giù le mani dai gatti” (non fatevi ingannare dal titolo) basata sulle deplorevoli azioni di un mostro come Luka Magnotta. Altre ancora infine sono dei veri e propri documentari, su tutti vogliamo citarvi “Conversazione con un killer”, una docuserie che esplora le macabre vicende legate a Ted Bundy, Jeffrey Dahmer e John Wayne Gacy.
E poi, ci sono quelle serie altrettanto valide, ma inspiegabilmente passate in sordina, nonostante l’alta qualità dei prodotti. E oggi siamo qui per presentarvele, nella speranza che possano cogliere la vostra curiosità. Quindi, ecco cinque titoli che forse non conoscete.
WHEN THEY SEE US
“When they see us” ripercorre gli eventi legati all’aggressione della jogger di Central Park. Disponibile su Netflix e divisa in quattro episodi, la serie è un pungo allo stomaco che racconta la struggente storia dei “Central Park Five”, ossia i cinque ragazzi ingiustamente accusati del crimine.
Durante una marcia a Central Park da parte di un gruppo di circa trenta ragazzi afroamericani e ispanici, la ventinovenne Trisha Meili viene aggredita, brutalmente picchiata, derubata e violentata. Non avendo un colpevole la polizia, guidata da Linda Fairstein, decide di interrogare Kevin Richardson, Antron McCray, Yusef Salaam, Korey Wise e Raymond Santana, cinque ragazzini (di cui quattro minorenni), costringendoli a confessare un crimine che non hanno commesso.
Così “When they see us” racconta il dramma legato alla permanenza dei “Central Park Five” in carcere e delle conseguenze che la prigionia avrà sulle loro vita anche una volta scontata la pena. Ma, soprattutto, la serie creata da Ava DuVernay punta il dito contro la negligenza dimostrata dai poliziotti che condussero le indagini, in particolare Linda Fairstein, che all’epoca era il capo della sezione Crimini Sessuali di New York, e contro l’intero sistema giudiziario statunitense. Non adatta ai deboli di cuore.
THE SERPENT
Conoscete la storia di Charles Sobhraj?? Probabilmente no. In effetti non è uno dei serial killer più famosi della storia, sebbene sia stato sicuramente uno dei più lucidi e violenti. A dispetto dei suoi illustri colleghi infatti, nonostante soffrisse di una psicopatia e di un disturbo antisociale, Sobhraj uccideva con metodo e rubando le identità delle sue vittime. Per questo, per le autorità internazionali fu molto difficile collegare i suoi crimini e dimostrare che fosse stato proprio lui a compierli.
“The Serpent”, miniserie tv presente nel catalogo di Netflix, racconta la vita e i crimini del serial killer che nella seconda metà degli anni ’70 uccise dodici persone (o almeno questo è il numero delle vittime accertate) nella tratta orientale conosciuta come Hippie Trail, spacciandosi per un commerciante di gemme preziose. Mettendo in mostra le doti seduttive di Sobhraj, con cui soggiogava le sue vittime, la serie, composta da otto episodi, gira attorno all’inchiesta condotta da un giovane segretario dell’ambasciata dei Paesi Bassi a Bangkok, Herman Knippenberg, l’unico uomo interessato a fermare veramente il Serpente.
Interpretata da un magistrale Tahar Rahim, “The Serpent” è un viaggio suggestivo e coinvolgente nella mente di un uomo che, per quanto affascinante, è stato uno dei serial killer, truffatori e ladri di identità più ricercati al mondo.
BLACK BIRD
Prodotta da Apple TV e diretta da Dennis Lehane, già scrittore di romanzi come “Mystic River”, “Shutter Island” e “Gone baby gone”, “Black Bird” è un gioiello di regia, sceneggiatura e, soprattutto, interpretazioni. Taron Egerton e Paul Walter Hauser, nel ruolo che gli valso un Golden Globe, un Emmy e un Critics’ Choice Awards, danno vita a due personaggi completamente diversi tra loro raccontando così una delle più spaventose vicende criminali degli Stati Uniti d’America.
Jimmy Keene, dalla cui autobiografia è tratta la serie, è un ragazzo intelligente, di bell’aspetto e carismatico. La classica persona che piace a tutti. Jimmy è uno di quei ragazzi che avrebbe potuto avere tutto dalla vita e, grazie ad una borsa di studio ottenuta per il suo talento nel giocare a football, avrebbe potuto frequentare i migliori college degli Stati Uniti. Invece, ha scelto la strada del crimine, trafficando armi. Una strada che lo ha portato a dover stringere un patto con l’FBI. Un accordo molto semplice. Se riesce a far confessare a Larry Hall di aver ucciso ben quattordici ragazzine, allora la sua pena sarà annullata.
Comincia così il racconto di una storia tesa, colma di tensione e di mistero.
CANDY
Come si può raccontare una storia che non ha altri testimoni se non il killer stesso? Come si può essere imparziali quando si tratta di narrare le vicende legate ad un omicidio che comprende ben quarantuno colpi di accetta?
Potrebbe sembrare strano ma gli sceneggiatori di “Candy – Morte in Texas” ci sono riusciti, scegliendo di raccontare il tutto da un unico punto di vista, ossia quello di Candy Montgomery, la donna che venerdì 13 giugno 1980 uccise Betty Gore. La miniserie, composta da cinque accurati episodi e disponibile su Disney+, scritta da sceneggiatori che si sono documentati intervistando i giornalisti e i medici che si occuparono del caso, tenta di ricostruire il terribile caso di omicidio che sconvolse la cittadina di Wylie, lasciando però il finale alla libera interpretazione dello spettatore. Una trovata geniale (almeno secondo me).
Dopo aver confessato di essere l’omicida, Candy ha sempre sostenuto di aver agito per legittima difesa, anche se è difficile da credere vista la ferocia dell’aggressione. Ma quale sarà la verità? Probabilmente non lo sapremo mai, ed è proprio questo l’aspetto più bello della serie. Ma se non vi basta, allora sappiate che Jessica Biel, nei panni di Candy Montgomery vale il prezzo del biglietto… o dell’abbonamento in questo caso.
IN NOME DEL CIELO
Ecco una serie che ha fatto veramente discutere. “In nome del cielo”, tratta dall’omonimo libro d’inchiesta di Jon Krakauer, nel tentativo di narrare l’omicidio di Brenda Lafferty e di sua figlia di appena quindici mesi per mano di… no! Non ve lo dirò.
I protagonisti della storia sono due detective della polizia Jeb Pyre, un uomo dedito alla fede dei mormoni, e Bill Taba, che al contrario del suo collega non crede in nessun Dio. Trovandosi costretti ad indagare sul truce assassinio della moglie di Allen Lafferty, membro di un’importantissima famiglia di mormoni, i due poliziotti si addentreranno sempre di più nel mondo dei membri della Chiesa di Gesù Cristo, mettendone in dubbio gli insegnamenti.
Eppure, per quanto “In nome del cielo” sia ben scritta e diretta e, soprattutto, ottimamente approfondita, pare proprio che alcune libertà prese dagli autori abbiano fatto infuriare la sorella della vittima, la quale sosteneva che Brenda non era affatto come viene dipinta nella serie. E, come se questo non fosse abbastanza, l’inchiesta che gira attorno al sacerdozio ha colto l’attenzione e suscitato la rabbia della comunità dei mormoni, affermando che la rappresentazione del loro credo fosse del tutto errata.
Tuttavia, nonostante le polemiche, “In nome del cielo” è una serie che merita di essere vista perché, oltre ad essere fitta di mistero, riesce a sottolineare quanto a volte la fede possa incidere negativamente sulla vita delle persone.
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