“Balla coi lupi”. La pellicola che rivoluzionò il cinema, diede nuova linfa vitale al western e impartì una lezione che ancora oggi fatichiamo ad imparare.
Scene memorabili, colonna sonora indimenticabile e una storia in grado di raccontare la Guerra di Secessione offrendo un punto di vista del tutto originale. Quando si pensa a “Balla coi lupi” è impossibile non ricordare le soavi note composte da John Barry, alla cavalcata a braccia aperte del tenente John Dunbar o alla caccia al bisonte dei Sioux. Ma, soprattutto, quando ci si sofferma sul capolavoro diretto, prodotto e interpretato da Kevin Costner, è obbligatorio (se non doveroso) concentrarsi sul modo in cui ha rivoluzionato il genere western.
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Invero, agli albori del Cinema, inteso come Settima Arte, c’era un genere che più di ogni altri riuscì a riscuotere il plauso della critica e a destare l’interesse del pubblico. Grazie ad una pellicola come “The Great Train Robbery” e (in futuro) a grandi classici come “I magnifici sette” e “Mezzogiorno di fuoco” (per citarne alcuni) il western era apprezzato in tutto il mondo. Tuttavia, giunti agli inizi degli anni ’80 solamente un pubblico di nicchia sembrava esserne attratto, tanto che alcuni critici lo consideravano un genere ormai morto. E fu proprio grazie alla pellicola di Kevin Costner, tratta dall’omonimo romanzo di Michael Blake, che il western conquistò nuovamente il pubblico acquisendo una nuova linfa vitale.
KEVIN COSTNER E LA RINASCITA DEL WESTERN
L’anno è il 1990 e grazie a pellicole quali “Bill Durham”, “Fandango”, “L’uomo dei sogni” e, soprattutto, “The Untouchables”, Kevin Costner era ormai considerato uno dei nuovi volti di Hollywood. Divenuto una delle icone degli anni ’80 però, l’attore statunitense volle imbarcarsi in quello che per molti era un progetto rischioso e che non avrebbe mai avuto successo. Il momento non era dei migliori per girare un film western vista la carenza di interesse, specialmente se si trattava di una pellicola in cui i nativi americani venivano rappresentati in maniera totalmente diversa da come erano apparsi fino a quel momento sul grande schermo.

John Ford e John Wayne ci hanno infatti insegnato che i nativi americani erano esseri barbari, sanguinari e spietatamente violenti, mentre il “vero americano”, il cittadino civilizzato armato di pistole e fucili, veniva rappresentato come un eroe. Eppure fu proprio John Ford a tentare di fare ciò che a “Balla coi lupi” riuscì qualche decennio più tardi. Il film di Kevin Costner infatti offre un nuovo punto di vista. Non dipinge i nativi americani come selvaggi e incivili. Piuttosto racconta le tradizioni e la filosofia di uno dei popoli più affascinanti che abbiano calpestato il suolo statunitense.
UN WESTERN COLMO DI REALISMO
Al contrario di pellicole come “Piccolo grande uomo” e “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, in cui è l’uomo bianco ad essere messo sotto accusa, “Balla coi lupi” dimostra quanto il detto “volere è potere” sia vero e quanto il dialogo tra popoli diversi sia possibile. Eppure, nella sua epicità e nella sua ostentazione di dimostrare che tale coesistenza potesse essere possibile, il film di Costner riuscì a colmarsi di un crudo realismo.
Quel finale dolce amaro, che è ben lontano dal classico happy ending, riesce infatti a trasmettere la tragedia (inevitabile da un punto di vista storico) del popolo dei nativi americani. Ma, cosa non meno importante, riuscì a ridestare l’interesse per un genere che ormai sembrava in via di estinzione. La spiritualità con cui Kevin Costner riuscì a raccontare una delle peggiori pagine di storia americana (la guerra di secessione) riuscì a stregare il pubblico.
Come detto, sebbene racconti una trama ai limiti dell’epica, Kevin Costner voleva che il suo western fosse estremamente realistico. Per questo, oltre a scegliere location che potessero ricordare l’America di quell’epoca, impose la condizione secondo cui ogni membro del cast che non facesse parte di una tribù indiana o che non ne conoscesse la lingua e le tradizioni si impegnasse nell’imparare entrambe le cose. Una scelta molto saggia che enfatizzò quel realismo che, fino a quel momento, era merce rara in un film.
PER FARE LA PACE NON SERVE LA GUERRA
Girato in appena cinque mesi e con un budget da film d’autore piuttosto che da kolossal, “Balla coi lupi” scrive la storia di un popolo, il vero popolo nativo americano, che subì non solo dall’uomo bianco l’appellativo di selvaggio, ma che venne cacciato, braccato, umiliato e infine ucciso per ottenere con la forza una terra che non gli apparteneva.

Kevin Costner, grazie a “Balla coi lupi” stravolse quindi la settima arte, offrendo al cinema uno spaccato di vita veritiero, autentico. Il film è infatti, grazie all’avvolgente fotografia di Dean Semler e all’indimenticabile colonna sonora curata da John Barry, una dichiarazione d’amore a quella terra mai dimenticata e a quei popoli derubati delle loro antiche tradizioni.
La morale è chiara: per fare la pace, non serve fare la guerra. E con il cuore grande e colmo di tristezza, Vento nei Capelli (Rodney A. Grant), ci insegna una cosa di estrema importanza. Per essere amici, non serve essere nemici. Il colore della pelle non conta. E con un vero e proprio messaggio di amore, al suo grande amico bianco “Balla coi lupi”, Vento nei Capelli urla: “lo sai che siamo amici, lo sai che saremo sempre amici!”.

Titolo Originale: Dances with Wolves
Anno: 1990
Genere: Western, drammatico
Durata: 181 min
Soggetto: tratto dal romanzo di Michael Blake
Sceneggiatura: Michael Blake
Interpreti: Kevin Costner, Graham Greene, Mary McDonnell
Regia: Kevin Costner
Produzione: Tig Productions, Majestic Films International.
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